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Ho incontrato Gesù. Non ci credi?

 

 

E' stato tutto così improvviso. Una notte e un giorno intero in ospedale. L'attesa. Il silenzio. Il nulla. E anche questa è la vita. E non dico di no. Però, talvolta, alcune cose scatenano in noi ansia, paura, sensazione di impotenza e quando ti vengono poste domande da chi ha in cura, anche se temporaneamente, chi ami, ti possono creare difficoltà. Titubanza. Timore di sbagliare. E allora che fai? Cerchi una soluzione. Ti confronti, se puoi. Cerchi aiuto. Ma, nello stesso tempo, brancoli nel buio. E nel contempo, cerchi di far star tranquillo chi comunque deve risolvere una situazione, per così dire, fastidiosa. Ecco, sei lì nel corridoio di quel medesimo ospedale e attendi. Un corridoio vuoto. Ovvio. E' domenica mattina. Poi, arrivano i passi silenziosi di un uomo. Un diacono. In mano un astuccio prezioso. Accanto a lui una donna con una croce al collo. Parlano. Lui cerca di consolare lei. Nel tragitto ti passano accanto ma, sembra, quasi che non ti vedano. E pensi “però, che stranezza. Un “emissario” di Dio che neanche ti guarda in faccia”. Torni ai tuoi pensieri. Guardi fuori dalla finestra e riprendi il cammino. Avanti. Indietro. Ti fermi. Non sei serena. All'improvviso si apre la porta del reparto dietro le tue spalle. Esce il diacono ma non gli presti attenzione. Ora è lui che viene direttamente da te e dice: “Ciao Giovanna”. Mi parla. Mi racconta di sé. Ascolta me. Camminiamo. Attraversiamo tutto il corridoio. Lo guardo meglio. Il suo volto non mi è nuovo. L'ho già visto da qualche parte ma, come si chiama? Glielo chiedo. “So di conoscerla. Forse so anche il suo nome, ma non mi ricordo proprio”. E lui mi dice: “mi chiamo GesuAldo”. E fin qua nulla di grave. Poi, aggiunge: “il mio nome vero, però, è Gesù. Quando sono stato battezzato mia mamma così voleva chiamarmi ma il prete le disse che non era il caso e le propose di aggiungere Aldo”. La pelle d'oca. Perchè? Perchè in quel momento Gesualdo, Gesù, si stava prendendo cura di me e della persona che era con me in ospedale. Perchè mi stava guidando e mi stava accompagnando verso la strada della serenità”. Non vi tedio con i particolari di questo incontro. Vi racconto le emozioni. Vi descrivo l'amore che ci ha messo Gesualdo. Il calore che mi ha donato. L'abbraccio con cui mi ha tenuta stretta senza toccarmi. Vi narro di come, quando siamo giunti nella cappella dell'ospedale mi ha fatto dono di due immagini della Madonna di Lourdes. Ho detto: “non sono mai stata a Lourdes”. E lui: “aspetta, ti do il mio numero. Se vorrai venire a Lourdes, chiamami e se organizzo un gruppo vieni con noi. Sono quarantatrè anni che vado. Da quando ero un ragazzo”. Sono stupefatta. Più persone negli anni hanno cercato di portarmi a Lourdes, ma finora, non è mai stato possibile. Non era il momento. Forse questa volta … Gesualdo va, mentre io resto ancora qualche momento in cappella. Poi, poco prima dell'inizio della messa, vado via. Nel corridoio incontro nuovamente Gesualdo che affacciato a una finestra saluta un amico. Torniamo indietro insieme. Lui arriva all'uscita e mi dice: “Giovanna, il mio numero ce l'hai. Considera che è attivo ventiquattro ore su ventiquattro. Se hai bisogno chiamami”. Grazie. Riprendo il cammino con un sorriso immenso. Mi sento serena. So di essere in buone mani. Ma, in fondo, l'ho sempre saputo. Avevo solo bisogno che qualcuno me lo ricordasse. Dopo un paio d'ore, sono di nuovo in corridoio in attesa. Decido allora di pregare. Poco più di una decina di giorni fa, un amico si era sentito male ed aveva ricevuto un importante intervento. Allora, un altro diacono, devoto di Santa Teresa di Gesù Bambino, sapendo che dovevo scrivere un articolo sulle missioni, di cui Santa Teresa è patrona mi aveva detto: “tutto quello che farai per Santa Teresa, ti verrà restituito. Chiedi quello che vuoi”. E dopo quella affermazione mi era capitata sott'occhio proprio una preghiera a Santa Teresa. Mi sono detta: “e perchè no?”. E così domenica mattina ci ho riprovato e ho fatto quattro chiacchiere con Santa Teresa. Al termine sento una voce alle mie spalle: “è un problema fare il doppio turno”. Mi volto: “eh già, ma a volte è necessario”. Un uomo con la divisa da dottore. “Di giorno accanto a mio padre che è ricoverato qui – e mi indica un reparto – e stanotte di turno qui” e indica il reparto davanti al quale sono appostata io. Continuo: “però almeno, ha l'opportunità di stare accanto a suo padre”. E lui: “non è la stessa cosa. Questo non è il mio reparto e quindi non sono libero. E lei perchè è qui?”. Gli do tutte le spiegazioni e lui, senza che io pronunci parola o faccia richiesta alcuna, si fa aprire la porta del suo reparto e entrando mi dice “tranquilla, vado a chiedere informazioni”. Che volete da me, sono rimasta stupefatta. E ancora di più quando è uscito e presentandomi all'infermiera le ha detto: “qualsiasi cosa ti chieda questa ragazza, mettiti a disposizione”. Che vi devo dire, il mio weekend è stato un po' pesante e stancante. Più di quaranta ore sveglia. La maggior parte in piedi. Però, è stato talmente bello e prezioso che difficilmente me ne dimenticherò. Grazie a Dio ho incontrato Gesù, un angelo e tante persone che, forse, avevano bisogno di una parola o di dire una o più parole. Questa è la “grande bellezza della vita”. L'immensità nella sua apparente piccolezza. Un'ultima cosa vorrei dire a Gesualdo. Al dottore. Alla dottoressa del reparto. A tanti infermieri che si prodigano, ogni giorno e a tutte quelle persone che, senza immaginarlo, regalano attimi di serenità con i propri gesti, parole, piccole attenzioni che, soprattutto in determinati momenti, diventano davvero infinite: grazie a tutti. Un sorriso. Gg

 

 

 

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Pubblicato nella Rubrica: Parola di Gg (l'ecodicaserta)

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